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Giungla Metropolitana Ore sette. La sveglia suona... ma io sono già ad occhi aperti. Mai lasciarsi prendere di sorpresa da una sveglia. L’ efficienza si vede dal mattino e un perfetto cittadino metropolitano come me non si lascia trarre in inganno sin dalle prime luci dell’ alba. Tutto è già predisposto. Tutto è calcolato. Certo ieri ho fatto tardi con gli amici ed il sonno non perdona, ma efficienza è la parola d’ordine. Colazione, lavaggio, vestizione, e anche oggi sono perfetta con gli orari. Non troppo presto per incontrare il traffico degli operai delle grandi aziende e nemmeno troppo tardi per non giungere in ritardo al posto di lavoro. Sette e cinquanta. Questo è l’orario del mio tabellino di marcia. Guai a sgarrare. Mezz’ ora di viaggio in auto. Solito incrocio bloccato (quando metteranno un semaforo). Solita coda all’ ingresso del parcheggio (quando aggiusteranno le macchinette che emettono i biglietti d’ingresso). Solita coda all’edicola che vende i biglietti della metropolitana . Solita coda all’obliteratrice dei biglietti della metropolitana (c’è sempre qualcuno che non riesce a timbrare). Eccomi ad attendere il mio mezzo di trasporto. Solito treno superpieno. Attendiamo il successivo. Solito annuncio di non superare la linea gialla e di fare attenzione ai borsaioli. Il treno arriva. Solita corsa a prendere il posto. Anche oggi è andata bene. Solo due schiacciate di piedi e una gomitata. Certamente sarebbe stato peggio se non mi fossi seduta. Ora posso dormire. La mia solita mezz’ora di metropolitana è sotto controllo. Anche dormicchiando posso controllare la successione delle fermate sentendo il flusso di persone che c’è intorno a me. Sono o non sono una perfetta cittadina metropolitana ? Pieno, pieno e ancor più pieno: siamo a Pagano. Sali, sali, scendi, scendi, sali : siamo a Cadorna. Scendi, scendi, scendi : siamo a Duomo. E’ ora di tenere sotto controllo le fermate. Comunque a Loreto scendono tutti. Eccoci. Mi tuffo come in uno slalom tra la folla che corre dalla linea verde alla rossa. Io dalla rossa mi precipito alla verde. Intravedo dalle scale la metro che arriva, giro a sinistra e le porte sono già aperte, mi tuffo, ci sono. Solita folla di studenti universitari. Sono arrivata. Lambrate è la mia fermata. Scendo dalla metro, salgo le scale, esco dagli sportelli, salgo le scale. Solita bufera di vento stile Siberia. Fare attenzione al marciapiede storto (ci son caduta due volte). Attraversamenti vari di strada facendo attenzione a non essere investiti. Slalom sui marciapiedi per evitare rimasugli vari di cagnolini metropolitani. E finalmente sono giunta al lavoro. Come al solito l’ora di arrivo varia in base alla gestione dei tempi dei vari fattori di incomodo incontrati lungo il percorso. Ma come al solito, tra le nove e le nove e trenta giungo al lavoro. E tutto questo dopo aver attraversato la solita giungla metropolitana. Ma è possibile che tutte le mattine debba affrontare le solite peripezie mattutine ? Inizia la giornata lavorativa e come al solito sono già stressata. BASTA ! ! ! Non è possibile vivere così. Certo che la vita del tipico cittadino metropolitano è proprio monotona, noiosa, allucinante. Si, perché queste sono solo le prime ore della giornata, potete immaginarvi le altre ! ! ! Non ve le immaginate ? Allora ci penso io a .... Ma cosa dico. Dimenticavo. E’ inutile che vi annoio con tante chiacchere. Certo, la vita di una tipica cittadina metropolita non è delle migliori e allora perché stressarsi per nulla ? Perché vivere male ? O si vive alienati, o si vive la città. Cosa intendo per vivere la città ? Continuate nella lettura e lo scoprirete. Il mio barbone Era una mattina di settembre. Tutto ciò che ho raccontato nelle righe precedenti era già accaduto ed ero giunta al punto che stavo slalomando tra i rimasugli dei cani cittadini. Il mio sguardo viene catturato da una 127 bianca con le gomme bucate. Niente di strano. Capita di vedere lungo i marciapiedi macchine abbandonate a causa di qualche disavventura di sfortunati cittadini metropolitani. Ma ciò che mi aveva colpita non era tanto la macchina in sé, ma ciò in cui si era trasformata quella vettura. In realtà era diventata un’ abitazione e in quel momento il proprietario si era da poco svegliato e stava sistemando i suoi vestiti. Tutto ciò mi incuriosiva. Forse per la stranezza della situazione, forse perché rompeva quella monotonia di solite cose, o forse perché mi accorgevo che quella monotonia mi aveva sempre impedito di guardarmi intorno e di cogliere tutto ciò che non era solito. Insomma quella circostanza aveva suscitato in me una serie di riflessioni, ma come al solito ero in ritardo al lavoro e le mie riflessioni furono subito interrotte. Così il giorno successivo giunta sull’uscio della casa-macchina mi venne spontaneo controllare ciò che faceva lo strano inquilino. Dormiva. Il giorno dopo non era in casa. Il successivo stava riordinando i vestiti. E così andò avanti per mesi questa osservazione della vita quotidiana di quella casa-macchina e del suo abitante. Cosa mi stava succedendo. La mia mente non era più impegnata a tenere perfettamente sotto controllo il mio rullino di marcia mattutino, ma venivo continuamente distratta da quella strana presenza e durante i vari tragitti non vedevo l’ora di sapere cosa avrei trovato. In fondo era solo un barbone che aveva utilizzato una macchina abbandonata come tetto. Perché sentivo il desiderio di incontrarlo ogni mattina ? Forse perché era entrato nella mia vita, aveva interrotto il mio tran tran quotidiano e mi aveva spinta a guardare fuori di me. E pensare che era solo un barbone, una persona ritenuta da molti socialmente inutile. Eppure era diventato la mia finestra sul mondo, su un mondo che dovevo ancora scoprire o che già conoscevo ma non vedevo con gli occhi giusti. Così quella mattina in cui camminavo nella solita via ormai diventata insolita successe una cosa terribile. Un carro attrezzi aveva agganciato la mia 127 bianca e si apprestava a rimuoverla. Avrei voluto aggrapparmi alla portiera, gridare che non potevano portare via la mia casa-macchina, che non potevano lasciare il mio barbone senza un tetto. Ma come potevano capire ? Mi avrebbero presa per una pazza. Di sicuro l’inquilino aveva già trovato una nuova collocazione. Certo, ne ero sicura, lui era una persona libera, non come me così attaccata ad un evento insolito. Ma in quel momento sentivo il grido di una città crudele, di una città che uccide, che non ha rispetto della persona. Mi sentivo soffocare da quella città, ma non mi sentivo vinta. Ormai la mia monotonia quotidiana era stata interrotta quella mattina di settembre nella quale avevo incontrato per la prima volta la mia casa-macchina. Certamente guardandomi intorno avrei trovato centinaia di case-macchine che chiedevano di essere guardate, ascoltate, aiutate. Io restavo sempre la perfetta cittadina efficiente, ma una cittadina che voleva vivere la città, non subirla, che voleva guardarsi intorno per dare il mio piccolo contributo e ricevere ogni giorno lezioni di vita. Si, questo dare-ricevere doveva essere il mio "traffico cittadino". Preadeep Ad una festa ho conosciuto un ragazzo dello Sri Lanka di nome Preadeep. Era una festa occasionale, sicuramente non ci saremmo più rivisti. Eppure un bel giorno lo incontro su un autobus. Le fermate sono poche, giusto il tempo di scambiarsi i numeri di telefono. Forse in questo modo ci saranno occasioni per incontrarci a qualche altra festa. Il tempo passa e succede uno strano fenomeno. Ogni tanto ci incontriamo su qualche mezzo di trasporto. Così tra una fermata e l’altra ci raccontiamo a piccole gocce la nostra vita. Ma ciò non basta. Gli incontri da casuali diventano sempre più frequenti e sempre sullo stesso tratto di linea metropolitana. Pur lavorando in punti lontanissimi della città, i nostri orari di lavoro ci permettono di incontrarci dalla fermata della metropolitana di Loreto a quella di Bande Nere, circa venti minuti di viaggio. Così Preadeep diventa il mio migliore amico metropolitano. La nostra amicizia sembra una telenovela. Gli incontri scandiscono le puntate. Quando un racconto non è terminato si attende il prossimo appuntamento metropolitano. Così ogni volta vengo aggiornata delle novità per ottenere la patente (ad ogni incontro una legge nuova gli impedisce per motivi differenti di avere la patente italiana). Ho aspettato con trepidazione l’incontro dopo le vacanze estive per sentire il racconto del suo viaggio in Sri Lanka. Il racconto era lungo e le fermate troppo poche per contenerlo. Giusto prima di scendere mi ha messo tra le mani una confezione di tè che mi voleva regalare. Ma la porta della metropolitana si era già chiusa e lui era sceso. Così ho dovuto aspettare il successivo incontro metropolitano per ringraziarlo. La gente ci guarda incuriosita, come se fossimo due amici d’infanzia felici di incontrarci e raccontarci la nostra vita. Forse siamo per loro un’occasione per rompere quella monotonia della vita quotidiana e forse quella che per me ha significato la casa-macchina, per altri, io e Predeeap, siamo la metro-mondo. E forse a qualcuno nascerà il desiderio di conoscere quel vicino straniero che per timore evitava ogni mattina. E il traffico di dare-avere continua. Figuracce La mia perfetta efficienza non era più quella di una volta. Ormai il mondo metropolitano era entrato nella mia vita e tutto mi distraeva. Una sera rientrata troppo tardi a casa mi sono svestita velocemente, ho indossato il pigiama sicuramente distratta da qualche pensiero di avvenimenti accaduti in giornata. Quella mattina la sveglia delle sette sicuramente non aveva suonato, perché era impossibile non averla sentita ! Dovevo recuperare i preziosi minuti persi per non sgarrare sul tabellino di marcia. Infilo maglia, collante, pantaloni, scarpe alla velocità della luce ed il tempo perso è già recuperato. Anche questa mattina tutto è sotto controllo. Tutto prosegue regolarmente. Timbro il biglietto della metropolitana e mi dirigo verso la scala che porta alla banchina di attesa. Ma ecco che vedo spuntare dal fondo del pantalone un oggetto non identificato : cosa mai sarà ? Ci vogliono pochi secondi per scoprire cosa sia l’oggetto misterioso e per rendermi conto della situazione imbarazzate in cui mi trovo : sono le collante del giorno prima che penzolano dal pantalone. I casi sono due. O continuare indifferente con il rischio che qualche passante educato rivolgendomi la parola mi faccia notare la presenza dell’oggetto inconsueto che penzola sul mio piede. Oppure con una mossa veloce sfilare la calza in maniera indifferente. Scelgo la seconda soluzione. Ovviamente lo sfilamento non avviene velocemente afferrando un oggetto tutto raggomitolato in modo da non dare troppo nell’occhio. No, la collante deve fuoriuscire in tutta la sua lunghezza ingarbugliandosi nella gamba, nella scarpa : insomma un disastro. E tutto avviene sotto gli occhi divertiti di mio zio che ricorderà e racconterà per anni ed anni questo avvenimento. Alzo gli occhi per calcolare il numero di persone, oltre allo zio, che mi guarda sbalordita e con sorpresa mi accorgo che la gente è indifferente. Anzi è troppo concentrata a rispettare il proprio rullino di marcia che nemmeno sventolando il mio indumento li avrei distratti. Scusi, conosce la strada? E’ capitato a tutti di sentirsi porre questa domanda. A volte sono turisti stranieri, o persone di altre città, oppure qualcuno che ha perso l’orientamento in strade che conosce poco (a me succede spesso). Ma quando a porre questa domanda è un autista di linea dell’Azienda Municipalizzata si viene colti da stupore e preoccupazione. Così succede di trovarsi a fare da navigatore tra le strade cittadine circondati dalle urla della gente arrabbiata per aver perso la fermata, dagli sguardi interrogativi dei viaggiatori che non hanno ancora capito se sono sull’autobus sbagliato o se non ricordano l’aspetto delle vie percorse da anni, dagli studenti divertiti che finalmente hanno una buona scusa per giustificare il ritardo a scuola. La situazione si complica quando più persone si nominano super esperti della città e discutono animatamente sulla strada più breve da percorrere per rientrare nel percorso ordinario di linea. Ma l’autista non mostra segni di turbamento e con pazienza attende il verdetto finale fumandosi una sigaretta in santa pace. Quando finalmente l’autobus riprende il tragitto regolare la confusione iniziale si trasforma in gioia per aver vissuto una avventura fuori dai soliti ritmi quotidiani. I super esperti della città si complimentano a vicenda per il buon raggiungimento dell’obiettivo prefissato ed elargiscono consigli utili per far ritrovare la retta via a quei passeggeri che a causa della deviazione hanno saltato la fermata. Gli studenti ringraziano l’autista per l’utile fuori programma. Qualcuno ha scoperto nuove vie sconosciute proprio nei pressi del proprio posto di lavoro e invece di recarsi in ufficio continua l’esplorazione della sua giungla ancora da scoprire. C’è chi ha approfittato della deviazione per guardare quella statua in mezzo a quel piazzale che non aveva mai visto pur abitando a pochi isolati. Tutto torna alla normalità, ma c’è un clima strano nell’aria. Tutti si salutano, come se quell’avventura vissuta insieme abbia per un attimo legati, uniti nello stesso destino. E quando nei giorni seguenti ci si ritrova sullo stesso autobus che rigorosamente percorre il giusto tragitto, incontrando gli sguardi dei passeggeri della deviazione che fino a quel giorno erano perfetti sconosciuti, viene spontaneo un saluto ed un sorriso. Ormai il marchio è indelebile, il legame è costruito. Anche tu sei uno di quelli dell’autobus che ha sbagliato strada ! E con un po’ di sano orgoglio di quelli che si sentono il diritto di possedere un’esclusiva, ci si augura il buon giorno sicuri di essere ricambiati. Basta poco per unirci e far nascere dialoghi anche su di un vecchio autobus di linea dell’Azienda Municipale. La spilla Dopo anni di ricerca finalmente avevo trovato la spilla dei miei sogni. Era proprio come quella che indossava anni fa il mio compagno di scuola di ritorno da Parigi. Ed io finalmente l’avevo trovata su di una semplice bancarella di un mercato di quartiere. Non ho esitato ad acquistarla e ad indossarla immediatamente. Per lo più che sul mio cappotto viola stava veramente bene. Tutti mi dicevano che era molto originale ed io ne ero fiera. In giro per la città di domenica mattina, godo la quiete della metropolitana senza la confusione del popolo lavorativo. La differenza è notevole dalle ore di punta ed è quasi piacevole viaggiare in quel sottosuolo. Ma ecco avvicinarsi uno zingaro. Di sicuro vorrà dei soldi. Ho solo pochi spiccioli, ma posso dargli qualcosa. E’ un bambino di circa dieci anni con un vecchio cappotto molto più grande di lui. Inizia a fissarmi e avvicinandosi indica la mia spilla e poi indica se stesso. Proprio la mia spilla? Ad una persona con così buon gusto non si può che donarla. Così i nostri sguardi d’intesa si incrociano e con un gesto solenne mi tolgo la spilla e la infilo nel suo vecchio cappotto, come se stessi per assegnare una medaglia ad un campione di buon gusto. I nostri sguardi si continuavano ad incrociare ed un sorriso ci pervade ad entrambi. Non c’è più il limite di chi ha dato e di chi ha ricevuto, c’è solo la gioia. Alzo gli occhi e mi accorgo che intorno a me la gente è commossa. Un raggio di luce è entrato in quella galleria. Arriva la metropolitana. Io salgo e lui resta. Ci salutiamo con un dialogo di sguardi profondo. La gente continua la sua vita di tutti i giorni, ma quel raggio luminoso dell’amore che ci ha uniti, continua a brillare. Parcheggi Una mia amica E' una persona buonissima. Talmente buona che si era posta il problema di essere fin troppo buona e con la sua bonta' di non riuscire a risolvere alcuni problemi. Per esempio quello del parcheggio. Spesso attendeva per ore di parcheggiare perche' cedeva sempre il suo posto agli automobilisti scattanti e piu' veloci di lei nel rubare i posti. Un bel giorno si e' trovata una macchina parcheggiata proprio dietro alla sua che le impediva di uscire dal parcheggio. Dopo una lunga attesa del proprietario decide che era giunto il momento per la prima volta di diventare cattiva. Aveva perso ormai troppo tempo e avendo perso anche la pazienza decise di scrivere un biglietto cattivissimo e di metterlo sul parabrezza del parcheggiatore maleducato. Cosi' si mise in un angolo ad attendere che lo screanzato cittadino arrivasse. Successe che l'automobilista giunse, e nell'avvicinarsi all'auto inciampo' slogandosi una caviglia. La mia amica, che era veramente buona, si precipito' a soccorrere il malcapitato, strappo' di nascosto il biglietto pieno di rimproveri lasciato sul parabrezza e accompagno' l'infortunato al pronto soccorso. Cosi' la mia amica decise che non avrebbe mai piu' tentato di essere cattiva. Quindi, se per caso la incontrate in un parcheggio o ad un incrocio, datele la precedenza, perche' potrebbe restare per ore ed ore ad attendere. Il muro oltre la siepe Anche in una triste città fatta di palazzi, strade e semafori, quando arriva la Primavera porta tanto colore. Così capita che quel piccolo albero rinsecchito nell’angolo della strada d’improvviso venga colpito da una crisi d’orgoglio ed esploda in una fioritura di fiori gialli che si combinano proprio bene con il suo vicino completamente carico di fiori rosa. E quel viale triste sempre pieno di traffico, come per magia offra un panorama stupendo ai poveri autisti fermi da tempo al semaforo. L’esplosione di colori di sicuro non corrisponde ad una emanazione di buon profumo. Anzi, l’odore dello smog continua a prevalere, ma certamente il colore allieta la vista e preannuncia come tutti gli anni l’arrivo dell’estate. In questi giorni vengo catturata ogni mattina da un grosso muro ricoperto di edera che fa da sfondo verde a tre grosse piante di color viola, rosa e bianco. Lateralmente un campo di fiori gialli. Queste macchie di colore sembrano completarsi l’una nell’altra. E come se il verde dell’edera si ponesse da sfondo per esaltare il viola ed il rosa e persino il bianco, che viene definito un colore "nullo", si riempie d’intensità illuminato da quel giallo che lo affianca. Forse anche la natura coi suoi colori ci mostra delle lezioni di vita . Ma quello che mi stupisce che questo scambio di contrasti che offre la natura avviene sulle mura del carcere minorile della mia città. E anche quel muro che prima sembrava insignificante, ora ogni mattina chiede di essere guardato e mi pone tante domande. Il contrasto dei colori diventa il contrasto della vita. Di quella vita che c’è fuori, intorno a me, che corre, si ama, si arrabbia e che solo girando lo sguardo posso conoscere, e di quella vita che c’è oltre quella siepe che non conosco minimamente. Chi saranno quei ragazzi, come vivranno, perché sono lì. Domande a cui non trovo risposta e persone a cui vorrei parlare ma non posso. E quel muro verde diventa un insieme di volti che pur abbruttiti dalle loro miserie mostrano la vita. E capisco di voler vivere bene la mia vita, la mia libertà, per quelli come loro che sono ancora tra noi e che forse un giorno potrebbero oltrepassare quel muro. Perché ogni rapporto che costruisco crei quel contrasto di colori che mostri la bellezza della vita. Che mostri la capacità di mettersi "sullo sfondo" per far esaltare ciò che di bello ci circonda. Che mostri il saper essere "nulla" per contenere gli altri. Che mostri l’armonia nello stare insieme quando i colori sono "veri". E sappia colorare quel grigio che ci circonda. Ma quella siepe mi fissa ogni mattina e a volte mi sento impotente davanti a quello sguardo. Ciò che posso fare a volte è solo non dimenticare che in mezzo alle nostre città, a volte anche nascosti da una siepe verde, ci sono dei volti da non dimenticare. La città che vorrei... ...via dei Popoli Uniti ! Non potevo credere ai miei occhi quando, persa tra i sensi unici in cerca della via giusta, sono passata proprio in quella via con quello strano nome. Eppure non è una zona di periferia. Quindi è un nome che sicuramente è stato assegnato in tempi assai lontani, quando la mia città era abitata da cittadini prevalentemete di "origine controllata". Perché quel nome ?... Questa domanda mette in azione la mia fantasia... e inizio a giocare, ad inventare nuove vie della mia città ideale. E così la piazza principale diventa "Piazza del dialogo", piena di sedie e tavolini, di giochi per bambini, di alberi che creano angoli piacevoli per lunghe chiaccherate. Il Municipio si troverebbe sicuramente in "piazza della giustizia", accanto a "via dell’onestà" che si congiunge con "via della sapienza" dove ha sede l’Università. I centri commerciali non potrebbero che essere nel "quartiere della condivisione" perché nella mia città non ci sarebbero ricchi e poveri perché le aziende presenti in via "dell’economia di comunione" saprebbero bene come distribuire in maniera equa le ricchezze. E che feste, che nottate a ballare, a cantare a conoscersi reciprocamente si potrebbero fora in via dei Popoli Uniti. Sarebbe un luogo pieno di colori di immagini e volti di tutti i popoli. E in centro ci sarebbe il monumento più bello che sia mai stato realizzato perché composto da elementi delle 1000 e 1000 culture di questo mondo fuse in un’unica struttura. Da vicino coglieresti tutti i particolari così diversi tra loro e così belli nella loro unicità e diversità. Ma appena ti allontani un attimo, dirigendoti verso "via dell’amore reciproco", noteresti un unico monumento imponente e splendente..........ma il mio sogno viene interrotto dall’urto con un passante frettoloso. Ancora con il naso all’insù continuo a guardare quell’insegna di via dei Popoli Uniti e penso : "non ho la mia città ideale, ma ho già il nome della via da cui poter cominciare a piccoli passi a costruire quella città che vorrei". Via dei Popoli Uniti ! Lasciatemi sognare ...e andate a passeggiare anche voi in via dei Popoli Uniti. Se non ci credete che esiste veramente consultate la cartina di Milano ! ! ! |