CAPITOLO 1
C'era chi aveva molte certezze nella vita.
C'era chi non ne aveva nessuna.
E c'era anche chi, come Foxon Hannicott, ne
aveva due.
A questo mondo ci sarebbe
dovuto essere posto anche per costoro; così
almeno sembrava
pensarla Foxon Hannicott mentre tornava a casa stanco morto dal lavoro
quel piovoso venerdì sera
di fine novembre.
La prima certezza di
Foxon, la più consolidata, era che
la pioggia dimostrava spesso una
significativa tendenza a bagnare le cose e le persone.
La seconda certezza era
che il fatto che la vita fosse degna di essere vissuta era ancora
ben
lungi dall'essere stato scientificamente dimostrato.
Se Foxon avesse avuto
qualcosa con cui ripararsi, quella sera, probabilmente
non avrebbe
sperimentato la sua prima certezza con quel senso di viva e umida drammaticità.
Purtroppo, però, Foxon Hannicott era un uomo coinvolto
in molti rapporti conflittuali; e, tra questi,
una posizione di tutto riguardo era occupata da quello che intercorreva
tra lui e il suo ombrello.
Quest'ultimo era in effetti dotato di una forte quanto misteriosa inclinazione
a rendersi irreperibile le
mattine contrassegnate da uno stato atmosferico
instabile. E, cosa ancora più inspiegabile, ciò si
verificava particolarmente nei casi in cui
l'evoluzione si rivelava in seguito di
tipo burrascoso
temporalesco.
Di conseguenza, per una
ragione o per l'altra, quella sera Foxon era perfettamente in grado di
descrivere nei più sfumati dettagli da un punto di vista fenomenologico
l'esperienza paradigmatica
dell'inzuppamento fradicio.
Direttamente da ciò, nonché
da una serie pressoché illimitata di altre considerazioni
di timbro
prevalentemente catastrofico e depressivo, conseguiva la sua seconda
certezza.
Si tendeva spesso a dire
che uno degli aspetti in cui la superiorità
del tonno sull'uomo era
particolarmente evidente era la sua capacità di tollerare meglio
alti tassi di umidità. Quando Foxon
raggiunse il portone di casa sua
il suo tasso di umidità globale aveva
raggiunto il 105%, ma
bisognava dargli atto che i suoi
pensieri non erano più molto diversi da
quelli di un tonno di
cultura medio-bassa.
La casa in cui Foxon abitava era un
piccolo appartamento del terzo piano in
un modesto
condominio di Lorrimore Road, non lontano da Kennington Park.
Portato com'era per natura all'autointrospezione
critica, Foxon era perfettamente al corrente che
una delle sue peculiarità più salienti consisteva
nell'abitudine a pentirsi amaramente delle cose più
o meno trenta secondi dopo averle fatte.
Nonostante questa consapevolezza,
entrò in salotto filato come un treno: e quando si ravvide,
circa mezzo minuto dopo, una rilevante porzione della
sottostante moquette aveva già assunto
caratteristiche igroscopiche da vegetazione lacustre.
SGUISH. SGUISH. SGUISH.
Con cautela si diresse verso
il bagno, iniziando nel contempo a elaborare nella sua mente un
possibile programma per la serata.E molto presto si delineò
quella che gli parve essere la sequenza
ottimale:
a) Asportazione globale dalla propria superficie corporea degli attuali indumenti grondanti acqua
piovana.
b) Auto-somministrazione di doccia calda nel
comparto del bagno a tale funzione delegato.
c) Rimozione delle residue tracce di umidità
dalla sua epidermide mediante strofinio veemente a
mezzo di appropriato asciugamano di spugna.
d) Rivestimento globale di detta superficie
corporea tramite completo pigiama + vestaglia
rispondente a convenienti requisiti di tepore e morbidezza.
e) Allestimento di cenetta molto intima, per
non dire solitaria, a base di tosti farciti con contorno
di broccoli in salsa bernese, il tutto innaffiato da abbondante succo
di pera.
f) Consumazione sistematica della suddetta
cenetta secondo i consueti canali alimentari.
g) Installazione definitiva e irreversibile
sulla poltrona antistante lo schermo catodico televisivo
previa accensione del medesimo mediante adeguato movimento digitale
operato su apposito tasto
del telecomando.
h) spontanea deriva verso uno stato onirico profondo.
SGUISH. SGUISH. SGUISH.
Si levò il cappotto e lo strizzò sul
portaombrelli, dove intanto era beffardamente ricomparso il suo
perverso inquilino. Quindi si tolse con vigore il
maglione, scoprendo in questo modo un corollario
della teoria dei vasi comunicanti di cui
non aveva mai nemmeno sospettato l'esistenza.Dopo
di che raggiunse la stanza da bagno.
Fu a quel punto che sentì uno strano verso
provenire dalla cucina.
SGUISH. SGUISH. SGUISH.
Con circospezione tornò sui suoi passi.
Dalla cucina proveniva un debole chiarore e ciò
non era affatto normale.
Una cucina normale di per sé non sarebbe
dovuta brillare di luce propria e non avrebbe neanche
dovuto fare strani versi: per lo
meno non ricordava di aver letto nulla del genere, a suo tempo,
sul manuale delle istruzioni.
I casi, come quasi sempre succedeva nella
vita, erano tre: o la cucina non era affatto normale; o
qualcosa di anormale si trovava in
cucina; o Foxon stesso era vittima
di qualche anormalità
percettivo-sensoriale.
Non c'era che un modo per scoprirlo.
SGUISH. SGUISH. SGUISH.
Foxon raggiunse la porta della cucina e mise dentro
la testa.
Il chiarore proveniva dal frigorifero, che era spalancato.
Lo strano verso invece, con
tutta probabilità, era stato emesso
dal troll che se ne stava
tranquillamente seduto davanti al frigo.
Cosa ci faceva un troll tranquillamente seduto davanti
al frigo di Foxon Hannicott?
Lo stesso Foxon Hannicott probabilmente non sarebbe
stato in grado di rispondere.
La risposta in realtà non era
affatto difficile: stava semplicemente ingurgitando, e in maniera
visivamente piuttosto sgradevole, tutto ciò
che poteva essere in un modo o nell'altro
reperito
all'interno del suddetto elettrodomestico.
Il troll si voltò verso Foxon, lo squadrò
da capo a piedi con moderata curiosità,
fece un paio
di rutti ed esclamò: "Gulgurutt Gulgurutt!".
Foxon invece trovò più appropriato
alla circostanza accasciarsi al suolo privo di sensi.
* * *